Federer come esperienza familiare

Federer come esperienza familiare

Avevo 7 anni quando Boris Becker capitombolava a rete in quel di Church Road.

Mi sono innamorato del tennis così: guardando un cruccagnone di 1 metro e 90 che “volava” inseguendo una pallina gialla, con una racchetta in mano su un’erba che dal verde virava al giallo stantio.

Poi dall’infatuazione all’amore: la voleè di rovescio di Stefan Edberg, il suo top, il suo back. Il servizio in torsione pazzesco. Le polo Adidas, Sergio Tacchini con quelle maniche svolazzanti e gli short rigorosamente bianchi.

Vi è stato un periodo di disamore, coinciso – con anni di ritardo rispetto al sorgere del fenomeno – con l’avvento apocalittico e millenaristico dei regolaristi d’attacco (i Lendl, gli Agassi). La luce – provvisoria – con Sampras.

Ma avvertivo una mancanza, un buco fra il servizio ed il serve and volley,  fra la linea di fondo e la rete. Un buco che nemmeno santo Pete col suo splendido gioco riusciva a colmare. Perché mi mancava per l’appunto il gioco: vedevo nel suo tennis (ed in quello dei suoi epigoni bombardieri) un gap incolmabile fra il servizio e la risposta. La lunghezza degli scambi, sempre minore, ha coinciso proporzionalmente con la mia permanenza di fronte ai campi da tennis.

Dello sport non riesco ad avere che una memoria agiografica, come nel calcio, così nel tennis. Non ho mai avuto (né credo mai avrò) la memoria precisa, puntuale, didascalica del cronista che ricorsa ogni punto, ogni scambio, il punteggio di ogni set, le finali di ogni slam, l’epica al pari della cronaca. Mai avuta. Però ho una memoria personale, sentimentale, tenace e spesso fallace (necessariamente) dello sport. Del tennis in particolare.

Roger_Federer_(26_June_2009,_Wimbledon)

Era il 2003 – credo – quando un ragazzo con la coda corda, il  naso grosso come il mio e la fascia fra i capelli – vinceva i suo primo Wimbledon. Fu un’altra epifania. Fu l’amore dopo anni di disincanto. Della finale con Philippoussis (ma perché ricordiamo solo le finali? Niccolò Fabi ha ragione)   ricordo le palle velocissime che quel ragazzo, visibilmente più basso dell’aussie che sparava comodini dall’altra parte del campo, rimandava indietro con facilità e leggerezza. Ho visto la fine dell’impero romano dei battitori. La mia giornata da Odoacre l’ho vissuta il 7 luglio del 2003.

 

Da quel luglio torrido, in cui non riuscivo nemmeno più a imitare il tennis dei campioni nel cortile di casa, quello con Federer è stato un matrimonio d’amore. Che ha superato anche i periodi più neri, le difficoltà, le delusioni.

Ed arriviamo ad oggi. All’ottavo Wimbledon di RF, vissuto con un certo trasporto perché nel frattempo ho ripreso la racchetta in mano, perché nel frattempo l’hanno presa anche Federico ed Andrea.

La mia memoria agiografica e fallace, la memoria dell’amore e non quella dello storico, ha superato le barriere di perché e distrazioni veloci dei miei figli, trasmettendo anche a loro l’amore per il tennis.

In breve, RF è diventato un idolo di casa. Sappiamo che veste solo Nike, che gioca solo con racchette Wilson, che vede il campo e le traiettorie come nessun altro. Che ha un rovescio che levati.

 

Sappiamo che ha 4 figli, una mucca ed una moglie non bellissima, ma di cui è innamorato ed a cui è fedele.

Ed ora, mentre giochiamo con i racchettoni sulla spiaggia di Bellaria, io, Federico e Andrea, sappiamo che anche quando RF smetterà di giocare, noi continueremo a farlo. Perché anche noi sbaviamo e facciamo versi strani come D.F. Wallace sul divano quando lo vediamo giocare, ma abbiamo imparato a goderci il nostro tennis mediocre, pieno di errori, di stance sballate,  di rovesci inevitabilmente in rete e dritti immancabilmente fuori tempo e fuori campo. Ci facciamo una risata su e riprendiamo la racchetta e la pallina.

 

 

Riprendiamo noi stessi e ci lanciamo oltre la rete.

E qualche volta è pure ace.

Tu chiedi chi erano i Soundgarden?

Tu chiedi chi erano i Soundgarden?

Ho appreso della morte di Chris Cornell da un amico. Un subitaneo messaggio via whatsapp all’ora di pranzo. Ho girovagato sui giornali, letto le prime indiscrezioni, i primi “detti e non detti”. Non sono stato bene.

Qualche giorno dopo ho scritto questo, per la radio di mio cugino e per la sua trasmissione, Note di Viaggio. Erano mesi che non gli mandavo niente ed è stato un rientro amaro.

Ho amato i Soundgarden. Ho amato tutto il grunge. Prima i Pearl Jam, la cui foto campeggiava a pagina 13 della rivista americana che la mia insegnante di inglese di terza media voleva che leggessimo per “familiarizzare con la lingua”. Familiarizzare un corno. Ho patito il caldo per i capelli lunghi per colpa di Eddie Vedder per 20 anni. lo patisco ancora ora.

Poi i Nirvana (strano no?). Gli Alice In Chains. Ed infine loro: i Soundgarden.

Certo nel mezzo ho fatto su e giù con i Melvins, i Pixies, gli Screaming Trees, Mark Lanegan e compagnia cantante (davvero).

Ho un ricordo.

Spoonman suonata a tutto volume. Io stravaccato sul divano di un amico che aveva una Stratocaster viola. Ci vedevamo per studiare greco. Finivamo per suonare quello che capitava.  Ma quella voce. Sovrastava il caos dei riverberi, delle distorsioni, dei cucchiai suonati all’irlandese. Quella voce. Quanto l’ho amata.

Sono almeno due mesi che vorrei scrivere di Chris qui, e non riesco a farlo che adesso.

La sera che è morto ho preso i miei ragazzi. Li ho messi seduti sulla sponda del letto. Avevo la faccia delle grandi occasioni: «Bimbi vi devo dire una cosa».

Sono così abituati al fatto che i rockers muoiano (e non ci sposso fare niente: hanno sentito “Across the Univers” mi hanno chiesto chi la cantava e non me la sono sentita di non raccontare tutto, ma proprio tutto) che ogni volta che gli faccio ascoltare qualcosa di nuovo la prima domanda che mi fanno è: «Papà, ma è ancora vivo?».

Quindi anche questa volta ho messo su “Spoonman” e poi “Hunger Strike” e loro per prima cosa mi hanno chiesto: «Papà, ma è morto?».

Ho detto: si bimbi. Stasera. Salutiamolo come si deve.

Hanno ascoltato fino alla fine.

Il giorno dopo Federico ha quasi rotto un piatto suonandolo col cucchiaio.

So long Chris.

Hasta luego Cuba

Sono stato un mese lontano da casa. Un mese senza vedere l’Imperatrice nè i miei figli. Un mese duro, difficile eppure prezioso per quello che mi ha permesso di scoprire (di me stesso in primo luogo) delle persone che vivono una realtà diversa dalla mia, dell’amore profondo che mi lega alla mia famiglia, davvero l’unica cosa di cui ho avuto nostalgia.

Cuba è l’antitesi del nostro modo di vivere, del nostro modo di intendere i rapporti. Cuba sta ad internet come parlarsi da un balcone all’altro sta a Whatsapp. Cuba è un paese incredibile: internet si contrabbanda. Vi sono alcune piazzette nella parte più lontana del Vedado dove pusher di connessione  per 1 CUC (circa 1 euro) ti condividono un’ora di connessione wi-fi pirata. Presa chissà da chi poi.DSC_5618

É un paese dove le aragoste si allevano di frodo. Perché ogni ristorante ti vende aragoste sotto i dieci dollari (come sanno tutti di Cuba). Ma pochi sanno che l’unico fornitore autorizzato di aragoste di mare è lo stato e le vende (razionatissime) a 250 dollari sul mercato interno. Quelle che mangiate sotto i 10 dollari in tutti i ristoranti dal Vedado a Jaimainitas, da Baracoa a Playa Salado e fino a Mariel, sono allevate nelle risaie. E sono surgelate. E scordatevi la testa: non ve la daranno.

É un paese dove si viaggia su Plymouth del ’47 DSC_5550(che costano come una Mercedes), mentre se volete una Punto (terza serie) dovete spendere quasi il doppio. Per una Toyota dovrete rassegnarvi a spendere quanto per un Cayenne. Per questo tutti fanno autostop: è un paese dove Huber non attecchirebbe mai, perché tutti fanno car pooling per ammortizzare i prezzi folli dell’acquisto di una macchina. Per 20 pesos cubani (moneda nacional, meno di un euro) vi sparate circa 20 chilometri, da Baracoa fino a Paradero de Playa, dove acchiappate un altro taxi fino ad Habana Vieja.

É un paese gioioso. Nonostante il periodo especial (ufficialmente terminato nel ’94) sia la realtà quotidiana di una popolazione che percepisce in media stipendi di circa 60 pesos (nemmeno 3 euro) al giorno, la gente balla e ride davvero. E gioca a domino, e fuma sigari giganteschi, ed aggiusta le macchine con tutto quello che trova. La via cubana alla vita è erta e difficile, ma mi manca già moltissimo.

Mi porto dietro un bagaglio di esperienza enorme, accumulato in 30 giorni in cui non ho fatto mai il turista. Non ho mangiato aragoste, ma pollo e riso e fagioli neri. In cui ho lavorato e vissuto con gente che mi ha dato molto. Molto spesso più di quanto avrebbe potuto. Che ha condiviso tutto, con me.

Ho avuto per compagni di stanzaDSC_5515 una rana ed un geco. I primi tre giorni mi sono interrogato sulla sorte da riservare a questi due compagni. Poi ho capito che non avrei potuto desiderare un insetticida migliore e li ho lasciati scorrazzare liberamente nel mio modesto cuarto. Ed anche questo è cambiare punto di vista, pensare local, vivere local.

Ho fatto il bagno tre volte, sono modestamente abbronzato perché il sole è dappertutto, ma non abbronzato come un italiano che ha passato un mese ai tropici. Non ho ballato la salsa, ma ho passato un pomeriggio intero in un posto segreto in mezzo alla campagna ad assistere ad una pelea de gallos DSC_5759 clandestina fra urla, scommesse e sbronze con ron da pochi soldi bevuto da cartoni di tetrapack. Ho visto galleros sputare sotto le piume dei galli per rinfrescarli, nettare il sangue delle loro creste con la bocca e le mani e sputarlo sulla segatura delle arene.

Non ho visitato il Capitolio (è in ristrutturazione) ma la casa di Hemingway a San Francisco de Paula. Non ho mangiato all’Hotel Nacional, ma in ranchon dove con 10 dollari mangiate quello che in Italia sfamerebbe 3 persone.

Ho visto le sterminate piantagioni di tabacco di Pinar del Rio, la Borgogna dei tabaccofili. Ho visto mani nere, grinzose, mangiate dal cancro della pelle dei vecchi pescatori, arrotolare il tabacco con gesti umili, efficienti, artistici.

Ho visto il sole all’alba e gli alisei che si mangiavano la costa e le case.DSC_5546

Ho visto giocare a calcio a piedi scalzi per la strada. E cavalli portare calessi.

Ho visto spremere la canna da zucchero dai guarapo ed ho bevuto questo succo straordinario che dicono sia afrodisiaco.

Ho camminato moltissimo.

Ho fotografato ancora di più.

Ho lavorato ore al giorno. Insegnando a questa gente la nostra cucina. A stendere la sfoglia all’uovo, a confezionare agnolotti e tagliatelle, ravioli e gnocchi di patate.DSC_5521 Ho mangiato il miglior pesce spada della mia vita per meno di tre dollari.

Ho bevuto la loro acqua e non ho mai avuto la dissenteria.

Ho bevuto il loro ron e la loro birra. E sono dimagrito di 3 kg.

Non mi sono portato una cubana in Italia. Ma tutta Cuba nel cuore.

Mancavate solo voi amori miei. E poi sarebbe stato davvero perfetto. Luego.

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Mio figlio gioca per ore col tablet. E a me va bene così

Mentre imperversa fra Washington e Mosca  la guerra elettronica a suon di hackeraggi e influence, a casa mia facciamo da anni la guerra ALL’elettronica. C’entra poco col titolo? Mò vi spiego.

Federico sa usare l’I Phone meglio di me. Manda le faccine, registra messaggi vocali, fa foto, le corregge, le invia. Ad un anno di età ha chiuso il suo ciuccio nella cassaforte elettronica di un albergo di Lisbona, cambiando la combinazione preimpostata. Quindi, in un certo senso, ero pronto al peggio.

Io e l’Imperatrice siamo però piuttosto analogici, ma soprattutto condividiamo un’idea di educazione che può prescindere dall’uso dell’elettronica. Quello smodato per lo meno. Preferiamo di gran lunga che i nostri figli imparino a giocare con altri bambini e che usino i loro pollici opponibili (che differenziano ancor più del DNA noi esseri umani da un criceto) per costruire e non per muovere un joystick.

Però. Già, però.

A Federico i videogames piacciono, piace Youtube, piacciono i giochi online. Ci tengo a non venir definito un coglione quando avrà 16 anni (anche se accadrà lo stesso), quindi sono giunto a compromessi. Federico gioca 20 minuti a settimana con i videogiochi. Ovviamente non gli basta. Quindi ha fatto di necessità virtù: si è costruito un tablet. Di cartone.dsc_5299

Ed anche una televisione di cartone, per aggirare il contingentato television time che cerchiamo di rispettare.

Ed ha creato un modo per giocare ai videogames: su carta.

E di questo sono orgoglioso e contento.

Perché ieri i miei figli si rincorrevano per la casa, ognuno col suo pezzo di cartone in mano, e si dicevano a vicenda:

– Ti ho mandato una mail. Leggila!

– E cosa mi hai scritto?

– Vieni a giocare coi Lego!

Ho appreso così una grande lezione: noi stessi creiamo la nostra realtà. Virtuale o meno. Ed i confini li tracciamo, e cambiamo, ogni giorno.

Ma soprattutto che quei pollici opponibili fanno davvero la differenza.

Poi ho passato mezz’ora a raccogliere da terra dieci milioni di pezzettini di carta.

Ma l’ho fatto col sorriso.

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Mazinga Z contro Mazinkaiser sullo schermo piatto in cameretta. Si vede il fiotto di raggi gamma? Ah, e quello in alto a destra è il telecomando del televisore.

 

 

 

 

 

 

La Casa dei Pensieri

Liberamente ispirata alla peculiare visione del mondo (e della vita prima della nascita) di mio figlio Federico. Sei anni e non sentirli.

“…E ci hai visto su dal cielo
ci hai trovato e piano sei venuta giù
un passaggio da un gabbiano
ti ha posata su uno scoglio ed eri tu…”

1.

È un bel letto, non c’è che dire.

Da quassù ne ho visti parecchi. Col piumone colorato, con dieci cuscini oppure con nessuno, bianchi e lisci come la neve, con la testata di legno.

Questo ha la testata di ferro battuto. Fa delle belle curve ed un disegno strano, sembrano onde del mare. Il muro è rosso, dietro il letto, ed è dorato sugli altri lati.

Loro due stanno abbracciati. Sopra il piumone un po’ stropicciato si tengono le mani e guardano il soffitto. Non sanno che io posso vederli. Loro no, ma io sì. Da quassù vedo tutto.

La chiamano Casa dei Pensieri. È un posto strano per chi non ci abita più. Per loro intendo, questi adulti che non vedono l’ora di averci fra i piedi.

Ah, beh. Io sono un bambino. Le presentazioni innanzitutto.

Sono un bambino curioso.

Qui nella Casa dei Pensieri passiamo un bel po’ di tempo a studiare. Dal lunedì al venerdì impariamo molto: “Genitori non si nasce, figli si diventa” è il mio corso preferito. Ma poi ci sono anche “Piango, c’è un perché”, “Ruttino, che liberazione”, “Cacca, meglio fuori che dentro”. Insomma, abbiamo il nostro da fare. Qui siamo 147.559. Ma ogni giorno arriva un ospite nuovo ed uno di noi se ne va. Laggiù.

Ad ognuno danno una bella casetta sulla spiaggia, proprio come la mia. Ogni casetta si affaccia sul mare. E quel mare dicono sia Dio. Non ci ho ancora parlato, quindi non ve lo so dire di preciso. Ogni tanto però fa delle onde enormi che bagnano la sabbia e schizzano la finestra. Altre volte è liscio. Liscio quasi come il mio sedere. Quasi, eh. Perché poi un po’ di venticello caldo lo increspa quasi sempre.

Comunque dicevo. Qui si studia molto. Dal lunedì al venerdì. Sabato e domenica siamo liberi. Ed io nel tempo libero gioco sulla spiaggia, nuoto, mi gratto la pancia, e guardo la televisione. Che poi siete voi di laggiù, la televisione. Il bello è che è senza pubblicità. Non ci sono interruzioni. Il che è anche una scocciatura se devo andare in bagno a far pipì e sta andando in onda una famiglia promettente, ma preferisco così.

Quindi, oggi è una domenica pomeriggio. La parte della settimana che preferisco. Ho già fatto i compiti e mi avanza un sacco di tempo libero prima della scuola di domani. E sto guardando questa camera da letto rossa e dorata con il letto in ferro battuto ed il piumone (no, aspetta un po’, non è un piumone, è una trapunta di lana tutta patchwork) con due che si tengono la mano e guardano in su. Se guardo sullo schermo del mio televisore, in basso a destra, scopro che sono il solo a guardare questa famiglia qui. Lo dice l’AudiFam. Una roba strana che fa una specie di indice di gradimento.

Non vi scoccia se dico tante volte “fa”, vero? O “specie”? Sono solo un bambino non ancora nato. ‘Ste robe di parole complicate non le ho mica ancora studiate.

Comunque son qui che guardo (ed ascolto, c’abbiamo anche il sonoro, che vi credete?) e sento che parlano di un bambino con la testa tonda, le orecchie un poco a sventola. Molto vivace, testardo, curioso, con una grande capacità di fare le cose con le mani. E penso: beh ma son io. Mi guardo allo specchio per sicurezza, e c’è tutto. Orecchie comprese. Il tavolino Ikea (sì, c’è anche qui) della mia cameretta l’ho montato da solo, quindi con le mani ci so fare.

Oh, questi parlano proprio di me, non c’è dubbio. Stai a vedere che ho trovato la mia famiglia. Ascolto e guardo ancora un po’.

C’è lui che parla di farmi ascoltare un sacco di musica: Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, De Andrè e pure il jazz. Dice che mi insegnerà ad accendere un fuoco e a costruire una tenda. Pure a cucinare e che mi porterà in montagna.

Lei invece dice che vuole farmi disegnare un sacco e che vuole insegnarmi ad essere felice. Mi piace questa tizia, si vede che se ne intende di bambini. Perché poi sapete, nei corridoi, qui nella Casa dei Pensieri, i ragazzi dell’ultimo anno dicono sempre che laggiù c’è un problema. Rischi di essere triste se non ti insegnano come essere felice. Che è logico, no? Come “rischi di cadere se non hai ancora imparato ad andare in bicicletta”. Ma io poi penso che è solo cadendo che impari a stare in equilibrio e che è solo piangendo di tanto in tanto che impari ad essere felice. Ma sono quasi il solo a pensarla così. Il maestro di “Genitori non si nasce, figli si diventa” non la pensa come me. Ma è un trombone e che ne sa lui? Oh, non diteglielo del trombone, mi raccomando. Ché poi mi rovina la med34163124-Capanne-colorata-sulla-spiaggia-di-sabbia-con-palme-sfondo-a-Goa-India-Archivio-Fotografico.jpgia.

Comunque lei mi piace un sacco. Anche lui. Non fosse per tutta quella montagna e quella musica, ché non so mi mica se mi piaceranno i Beatles.

Sono così contento per questa scoperta, che mi vien voglia di andarla a dire a qualcuno. Metto in registrazione la puntata e mi precipito dal mio amico Simone che sta proprio due casette più in là, verso il sole che sorge.

Ah, che sbadato, non mi sono presentato. Il mio nome è Federico.

Piacere.

 

2.

Ecco, Simone è il contrario di me. Non sa far niente con le mani (lo aiuto sempre in disegno e “Lego, fondamenti applicati”) ma con le parole è imbattibile (non fosse per lui avrei quattro secco in “Letterine” e “Prime parole, dal bla-bla a Mamma”).  Quindi, appunto, Simone sta lì che scrive. Scrive sempre, mannaggia a lui. Mai che venga in spiaggia a giocare. Dice che la sabbia gli dà fastidio e che non vuole bagnarsi. Ma sei nudo, no? Dico io, ti asciughi in un amen (ondina lieve sul mare) chi te lo fa fare di stare sempre asciutto, ché poi di laggiù ti mettono quei mutandoni che assorbono pipì e popò e per un motivo o per un altro sei sempre umido. Finché puoi stai nudo, bagnati ed asciugati
come Dio comanda (due ondine).

Comunque Simone è fatto così e mi piace anche per questo. Busso alla finestra. Ho un sorriso che, giuro, ci starebbero dentro tutte le montagne di cui parlava quel tizio di prima.

Simone molla i pastelli e mi apre.

– Simone ho una grande novità!

-Hai imparato a scrivere mamma?

-Ma no, di più. Più importante.

– Più importante di mamma? Guarda che c’è il compito domani.

– Ma sì, più importante. Se tutto va come deve andare, me ne vado prima del compito e al diavolo (onda grossa e schizzi, Simone chiude la finestra) il maestro di “Letterine”.

– Beh, allora è davvero importante. Ma come, te ne vai?

-Ho trovato una famiglia. Quella giusta!

-No, giura. Non ci credo! Non puoi averla trovata, siamo solo del terzo anno noi, non si trova prima del quinto.

-Mi sono portato avanti col lavoro.

-Ma sei sicuro? Guarda che potrebbe essere pericoloso non abbiamo ancora fatto il…

-…corso per scegliere “La famiglia giusta. Domande e risposte”. Lo so. Ma tu ci dormi con i libri sotto il cuscino? Dovresti giocare ogni tanto.

-Studiare è importante!

-Lo so Simone. Ho solo detto che ho trovato quella giusta. Sono giovani, carini…

-…e disoccupati.

-Anche fosse? Meglio felice che ricco, no? Poi non sembra che se la passino così male. Bei mobili, belle pareti, casa spaziosa. No, no. Non sembrano disoccupati. E poi quello era solo un film.

-Sì, ma che ne sai che sono quelli giusti.

-Li seguo da un po’ e da un po’ noto che secondo l’AudiFam sono il solo a seguirli. Oggi hanno parlato tanto.

-Di cosa?

-Di quello che vogliono insegnarmi. Capisci? Sono già nella mentalità. Musica a bizzeffe, montagna, disegni, cucina, accendere fuochi ed essere felice. Lei è una tipa giusta. Lui mi fa ridere un sacco e poi mi vuole portare in montagna con la tenda. Se sa montare una tenda non deve essere tanto male.

-Federico forse corri troppo.

-Ti dico che sono quelli giusti. Domani faccio domanda.

-Sono felice per te. Mi mancherai.

-Anche tu. Ma sono certo che non rimarrai a lungo qui nemmeno tu.

-Se lo dici tu.

-A domani!

-Ciao!

Torno a casa di ottimo umore. Mi vedo la registrazione (ok, parlano di mangiare broccoli, ma nessuno è perfetto) e compilo la mia domanda. Domani appena sveglio la infilerò nella cassettina della posta del Preside (che è sulla spiaggia ed ha la forma di una bottiglia che si allontana sullo onde non appena infili dentro una letterina) ed aspetterò.

Eh sì. La burocrazia ha i suoi tempi.

Anche qui.

 

 

3.

Sono passati sei mesi da quando ho fatto la mia domanda. Continuo a collezionare cassette della mia famiglia preferita e devo dire che sono sempre più convinto della mia scelta. Questi sembrano non sbagliare un colpo. Già mi hanno dato la camera più grande della casa e nel frattempo ho conosciuto anche i nonni. Tipi a posto. Anche se parlano strano, una (la nonna materna, cioè la mamma della mia mamma) parla una lingua proprio curiosa. Lo chiama dialetto napolitana, napolitano, o vattelapesca. Una cosa così, insomma. Gli altri parlano italiano per fortuna, sennò non avrei capito niente.

Simone nel frattempo ha seguito il mio consiglio ed è venuto in spiaggia a giocare. Ha il sedere rosso come un peperone per via della sabbia, ma ha scoperto che basta fare un tuffo in mare per tornare lisci lisci come prima. E poi sta seguendo una famiglia anche lui. Mi ha fatto vedere qualche cassetta, sembrano a posto.

Poi una domenica (sembra che sia davvero un giorno speciale per me) arriva la risposta. Una bottiglia ruzzola fin davanti alla mia porta. La prendo con le mani che quasi mi tremano e svito il tappo. C’è scritto:

“Gentile Signor Federico, la sua domanda è stata accolta. La sua famiglia La aspetta per il 5 maggio 2010, data prevista per la sua nascita. Congratulazioni. Il Preside”.

Sono così felice che mi precipito fuori in spiaggia per dirlo a Simone e non mi accorgo che anche lui sta correndo da me. Sbattiamo una zuccata clamorosa.

-Ma porca miseria Simone (tre ondine ed uno spruzzo, leggero) ma guarda dove vai! Gli dico mentre mi massaggio la testa.

-Scusa Federico! Dice lui mentre si massaggia fontanella, rubinetti e tutto il resto.

-Dove correvi?

-Da te! Grandi notizie!

-Anch’io pensa un po’!

-Prima tu!

-No, dai prima tu! (sono testardo, l’h detto, quindi vinco io).

-Mi hanno preso!

-Hai fatto domanda?

-Sì!

-E non mi hai detto niente?

-Ero troppo emozionato!

-E com’è? È quella che seguivi da un po’? Quella che vive nell’attico in quella città piena di case alte?

-Sì, proprio quella!

-È una grande notizia! E quando parti?

-Il 5 maggio!

-Non ci credo! Come me! Stessa data!

-Ma è fantastico Federico! Ci hanno preso tutti e due!

Abbiamo finito di festeggiare alle 2 del mattino.

Mai bevuta tanta birra analcolica di mais e tapioca.

 

4.

Poi le cose non sono andate esattamente come avevamo immaginato io e Simone. C’è stato qualche intoppo, per così dire.

Alla mia mamma hanno dovuto fare il taglio cesareo. Da quello che ho capito, non è una gran bella cosa. Voglio dire, c’è un posto fatto apposta per uscire e invece ti fanno uscire da un’altra parte. Misteri.

A Simone invece è andata anche peggio.

La sua mamma ed il suo papà, pochi giorni dopo che lui è nato hanno avuto un incidente. Vedete Simone non mi aveva detto che in realtà aveva spedito due domande (due bottiglie, due moduli, sì insomma quella cosa lì) perché fino all’ultimo era stato indeciso.

La prima risposta che aveva ricevuto gli diceva che la sua prima famiglia lo avrebbe tenuto per poco. La seconda per tutta la vita. Un bel mistero, non c’è che dire. Ma qui nella Casa dei Pensieri, appunto, si pensa a tutto.

Questa adozione l’avevo sentita nominare durante le lezioni “Famiglie per tutti gli usi”, un corso facoltativo (il Preside era un po’ contrario che si tenesse quest’anno, ma alla fine la professoressa l’ha avuta vinta e ci ha fatto lezione lo stesso) ma non ci avevo mica prestato troppa attenzione. Mi sembrava una cosa strana ed anche poco pratica. Una sorta di famiglia in prestito. Mi dicevo: chi non vorrebbe un bambino? Perché qualche bambino dovrebbe rimanere senza mamma e senza papà?

Le risposte sono arrivate con Simone. Strani scherzi della vita. Comunque ora Simone ha una famiglia, ed è questa la cosa più importante. Davvero qui si tiene conto di tutto. Ho temuto per un attimo che il povero Simone rimanesse fregato.

Si chiama Casa dei Pensieri perché qualcuno ci pensa intensamente. Siamo noi i pensieri che costruiscono i muri stessi di queste piccole casette lungo il mare che non sta mai fermo. Qualcuno ci pensa di laggiù, noi siamo il pensiero costante di qualcuno. Incredibile. Io non riesco a pensare di continuo ad un bel tubo di niente. Neanche alle biglie. Ma va così.

L’unica fregatura è che molte delle cose che ho imparato qui, laggiù mi toccherà impararle daccapo. Con tutta la fatica che ho fatto in “Letterine”…

Il nostro ultimo giorno alla Casa dei Pensieri l’abbiamo trascorso in spiaggia. Ognuno di noi ha cercato di disegnare con la sabbia la faccia della sua mamma. Ma sapete com’è, non è per niente facile.

 

Anche perché quel giorno c’erano delle ondine dispettose che cancellavano tutto. Suppongo anche questo avesse un senso. Penso che non ci sia nulla di più inimmaginabile della vita di laggiù.

Spero solo che ci sia il mare.

 

FINE

Una sfumatura di grigio

Arrivo a casa con Federico e di solito per prima cosa svuoto il baracchino che gli preparo la mattina con il suo pranzo. Lo trovo pieno.

– Fede ma non hai mangiato oggi?

– No papà, oggi abbiamo mangiato una cosa buonissima che ha portato la mamma di Gabriel.

– Ah, e cos’era?

– Non ricordo il nome, ma non erano italiane.

– Di dove sono i genitori di Gabriel?

– Sai che non lo ricordo. Ma mi sa che c’entra qualcosa di grigio chiaro.

-Ehhh?????

– Ma sì, pensa a qualcosa di grigio chiaro. Dai su pensaci. Cosa ti viene in mente?

– Ma che ne so Fede? L’argento?

– Bravo! Vedi che bastava pensarci.

– In che senso scusa?

– Che vengono dall’Argentina, no? 

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